10 Ottobre 2025
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“Sogno un mondo in cui le spiegazioni non
siano necessarie, in cui basti dire il proprio nome.”
Intervista condotta da Ariadne, per il progetto TRANScenDANCE (Italia, 2025)
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Introduzione
Nell’ambito del progetto TRANScenDANCE, continuiamo a esplorare come il movimento, l’arte e la verità personale si intrecciano nella vita degli artisti transgender e non binari in tutta Europa. Ogni voce apporta una luce unica alla ricerca condivisa di autenticità e appartenenza.
In questa conversazione, condotta da Ariadne, incontriamo Liriophe, un’attrice e insegnante italiana la cui storia parla in modo delicato ma potente di resilienza e coraggio silenzioso. Avendo scelto di vivere con discrezione in una società ancora segnata dal pregiudizio, riflette sulla visibilità, l’istruzione e la responsabilità della rappresentazione. Le sue parole rivelano una profonda comprensione di cosa significhi abitare un corpo che il mondo insiste nel definire e rivendicarlo attraverso l’arte, la compassione e l’integrità.
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Essere un artista e vivere in incognito
“Io vivo molto in incognito, non parlo apertamente del mio passato perché credo che in Italia ci sia una percezione del corpo transgender o queer legato ai sex workers. Se sei transgender sei associata ad una prostituta di basso borgo e non c’è la possibilità di essere altro o interpretare altri ruoli.
Io vivo una vita da donna cisgender, diciamo. Mi muovo nella città in maniera quasi invisibile, ho un po’ la fortuna o sfortuna di non sembrare una donna trans.
Quando ero più giovane ero contenta di questo; ora maturando e comprendendo alcune dinamiche, credo che non sia giusto che una persona debba nascondersi o recitare anche quando sei a prendere un caffè con un’amica: sono sempre vigile perché temo possa succedermi qualcosa.
In Italia c’è ancora molta transfobia e misoginia e nel mondo dell’arte non è diverso”.
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Stereotipi e rappresentazione mediatica
“Invitare le persone trans nelle trasmissioni TV contribuisce sicuramente a parlare di più sul tema ma la questione rimane sempre molto folkloristica con la conseguenza di vedere associata la persona trans ad un fenomeno da circo.
Me ne rammarico profondamente, perché questo spinge persone come me a scegliere l’invisibilità. Non mi metto in mostra. Non ho bisogno di un intervento al seno o di un rossetto brillante per sentirmi reale: sono naturale e riservata. Ma se avessi detto ai registi o ai casting director che ero transgender, non avrei mai ottenuto molti dei ruoli che ho interpretato: Giulietta, la sua balia, una madre, una zia, persino una suora. In Italia, le persone trans sono raramente considerate in grado di interpretare personaggi normali: una moglie, un genitore, un’insegnante.”
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Insegnamento e rappresentanza
“Nella vita io faccio la maestra alle elementari che in Italia è quasi impensabile: nessuno conosce il mio passato ma credo che le persone come me a scuola possano fare la differenza e sradicare il pregiudizio che vede una certa categoria di persone come emarginabili perché sessualmente corrotte.
Una volta, un bambino nella mia scuola ha iniziato ad offendere un altro dicendo “Sei gay!” e io con molta serenità ho detto a questo bambino che essere gay è come avere gli occhi castani o avere gli occhi azzurri: è una caratteristica, non c’è nessuna offesa.
Probabilmente un’altra maestra non avrebbe risposto come me oppure avrebbe lasciato correre: io invece ho spiegato cosa vuol dire essere gay e che non c’è niente di male ad esserlo.
Sogno un mondo in cui le spiegazioni non siano necessarie, in cui basti dire il proprio nome.”
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Discriminazione and invisibilità
“Io ho vissuto sia razzismo che transfobia durante la mia transizione quindi tra i 12 e 19 anni: per me è stata una fortuna, dopo il passaggio, diventare invisibile e mescolarmi quasi subito nella società perché avevo già delle caratteristiche fisiche molto femminili: so di essere stata fortunata ma è quella consapevolezza che lascia comunque un po’ di amaro in bocca.
Se mi alzassi in piedi e dicessi: “Sono Liriophe e prima ero un uomo”, verrei immediatamente discriminata. L’ho visto succedere ad altri: persone trans e gay derise in televisione, ridotte a battute. Sembra che esistiamo solo per intrattenere, non per essere compresi.
Anche nelle arti, la bellezza è definita in modo restrittivo. Il teatro permette un po’ più di diversità, ma essere una donna trans significa affrontare tutto ciò che affrontano le donne cisgender – molestie, battute, esclusione – in un settore dominato dagli uomini. Come ha detto l’autrice italiana Michela Murgia, la discriminazione è intersezionale: genere, razza, classe sociale, tutto si accumula. Dico spesso che ho scelto karmicamente la strada più difficile: sono di razza mista, donna, trans, artista e insegnante. Tutto ciò che faccio è precario. Eppure mi sento bene. Mi sento me stessa.
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Sicurezza, confini e trovare le persone giuste
“Come attrice trans che non ha fatto coming out, vivo in una sorta di clandestinità. Sul palco, finché vengo vista solo come attrice, va tutto bene. Ma durante le pause, la gente fa battute sui gay o sulle donne, e questo mi ferisce.
Col tempo ho imparato a scegliere i miei collaboratori. Si crea naturalmente una famiglia di persone che la pensano allo stesso modo: donne, persone queer, altre persone che capiscono. C’è molta misoginia inconscia: la gente pensa che i fischi siano un complimento, ma non è così. Se volete farmi un complimento, venite a chiedermi di prendere un caffè. Lasciatemi scegliere se accettare o meno.
Ho lavorato duramente per rispettare me stessa e questo ha cambiato l’ambiente che mi circonda. Non subisco più violenze né mi trovo in situazioni pericolose. Insieme al mio ex psicologo, ora visito le scuole per parlare con i genitori di come sostenere, senza giudicare, i bambini che sentono di non appartenere al genere loro assegnato.
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Famiglia, amore e cura
Sono stata fortunata: i miei genitori hanno sempre saputo chi ero. Mi hanno protetta. Mi hanno incoraggiata a ballare ed erano consapevoli che ero una bambina fragile che poteva trovarsi in situazioni pericolose. Non tutte le persone trans hanno questo privilegio. Molte vengono cacciate di casa o picchiate.
Se i tuoi stessi genitori non ti amano, come possono farlo gli altri? Nel mio caso, l’amore è arrivato dal mondo prima che dalla mia famiglia. Ora ho un bellissimo rapporto con loro, ma ci è voluto del tempo, anni di dialogo.
Spiegare queste realtà non è facile. È come cercare di spiegare a un uomo cosa significa vivere come una donna, o uscire di casa con la paura a causa di ciò che indossi. È difficile per le persone immaginare una vita che non hanno mai vissuto.
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Verso una vera inclusione
“Basterebbe non fare distinzioni, accogliere le persone così come sono. Se qualcuno che sembra un uomo si presenta come Jasmine, basta semplicemente dare il benvenuto a Jasmine.
In televisione e nei media, sogno un momento in cui le persone trans siano apprezzate per il loro talento, non per essere “diverse”. Quando una donna trans potrà interpretare una madre, un avvocato, un’infermiera, ruoli che riflettono la realtà.
La gente mi dice: ‘Non sembri trans’, come se fosse un complimento. Non lo è. Significa che essere trans è ancora visto come qualcosa di vergognoso o indesiderabile. Anche le persone benintenzionate riproducono questa discriminazione, perché è radicata nella nostra cultura patriarcale.
Non si presenta qualcuno dicendo: “Questo è il mio amico eterosessuale”. Eppure questo viene ancora fatto per le persone gay o trans. È una discriminazione sottile ma potente. Dobbiamo disimpararla. Le persone trans sono esseri umani, non una categoria di genere.
Dobbiamo creare spazi inclusivi in cui nessuno sia definito dal proprio passato o dal proprio aspetto, proprio come gli ex detenuti non dovrebbero essere marchiati a vita. Tutti meritano la possibilità di ricominciare da capo”.
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Note editoriali
Questa intervista è stata condotta e scritta da Ariadne per il progetto TRANScenDANCE, cofinanziato dal programma Erasmus+ dell’Unione Europea.
Attraverso la voce di Liriophe, attrice, insegnante e donna trans, questa testimonianza rivela la forza silenziosa di coloro che vivono tra visibilità e protezione.
È una storia di dignità, resilienza e diritto di esistere pienamente senza etichette, dove il palcoscenico diventa sia un rifugio che uno specchio della verità.
Ariadne, per il progetto TRANScenDANCE
© Progetto TRANScenDANCE – Erasmus+ 2025


